Il carcere, un mondo a parte

Percorso collegato alla mostra, prenotabile dal 28 novembre 2016 al 2 maggio 2017

Diminutivi (domandina, bilancetta, quartino, scopino, saletta), parole desuete (scrivano, mercede, peculio) o introvabili sui dizionari (spesino, portavitto), termini scientifici crudi (trattamento) o espressioni curiose (ora d'aria) fanno parte del lessico utilizzato in carcere, quasi a sottolineare che quello è un mondo a parte, separato e lontano dalla vita normale. Un mondo dove alla pena della reclusione si aggiungono condizioni di vita difficili, rigide regole da seguire, un trascorrere lento del tempo senza alcuna attività da svolgere. Un mondo dove troppo spesso i diritti umani vengono ignorati. Per avvicinare il pubblico a questa particolare realtà, il museo ha organizzato una mostra con incisioni, immagini fotografiche e video che la raccontano. Finalità della proposta rivolta alla scuola è quella di aprire una riflessione su giustizia, vendetta e perdono.

 

Come: il percorso prenderà avvio dall'analisi delle acqueforti di Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), tratte dal ciclo “Le carceri di invenzione”. Le immagini oniriche, inquietanti, dominate da un forte senso di solitudine e silenzio, che lo stesso Piranesi definì "capricciose invenzioni", verranno poste a confronto con fotografie che ritraggono locali vuoti di carceri dismesse. Locali dove è rimasta traccia (scritte, manifesti o foto strappate) della presenza dei reclusi. In alcune sequenze video saranno gli stessi carcerati a offrire una loro intensa testimonianza. Il percorso si concluderà con la lettura di alcuni brani del libro 'Fine pena ora', del magistrato Elvio Fassone, nel quale si racconta una storia vera: la corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice.


Foto di copertina di Luca Chistè